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2º CONVEGNO PEDIATRICO (1997)

QUALE SPORT A QUALE ETA?
IL PEDIATRA DOMANDA

Sergio Cameli, Paolo Zeppilli
Cattedra e Centro Studi di Medicina dello Sport
Università Cattolica del Sacro Cuore - ROMA

Negli ultimi due decenni si è assistito ad una progressiva anticipazione dell’epoca di inizio dell’attività sportiva. Attualmente oltre il 40% di tutti i bambini di età compresa tra i 3 e i 10 anni ed il 60% tra 11 e 14 anni, praticano almeno uno sport (a livello ludico, agonistico o riabilitativo). Peraltro molti studi indicano che fin da quest’età lo sport può migliorare nel bambino la motricità generale e gli schemi motori già presenti alla nascita. E’ oramai accertato che non esiste un limite fisiologico di inizio della pratica sportiva, anche se i molteplici intrecci che intercorrono tra sport ed accrescimento, consigliano una somministrazione equilibrata sia dal punto di vista quantitativo che, soprattutto, qualitativo. Tali problematiche sono ancora oggetto di studio in quanto risulta difficoltoso delimitare durante il periodo dello sviluppo, le modificazioni che avvengono in conseguenza dei normali processi di accrescimento e quelle derivanti dall’allenamento fisico sistematico. In particolare in questa sede verranno affrontati i principali aspetti medici dell’attività sportiva nel bambino e nell’adolescente, con particolare riferimento a quelli cardiologici. Infatti, la scelta di uno sport da proporre ad un bambino, dovrebbe sempre tenere in debito conto sia le caratteristiche fisiologiche dell’organismo in crescita che le problematiche cliniche eventualmente associate. E’ quindi abbastanza impegnativo indirizzare il ragazzo verso questo o quello sport, in quanto tale consiglio non può prescindere da ciò che più opportuno ai fini di una crescita migliore oltre che, ovviamente, incontrare il gradimento da parte del ragazzo stesso.

Come noto sia il cuore che i grandi vasi durante l’età evolutiva incrementano il loro volume. Nel corso dell’esercizio fisico a sua volta, il sistema cardiocircolatorio al pari di tutti gli altri apparati, va incontro a specifici mutamenti denominati aggiustamenti. Essi vanno distinti dagli adattamenti che sono invece modificazioni stabili che avvengono gradualmente nel tempo a carico dei vari apparati in conseguenza dell’allenamento sistematico.

Gli aggiustamenti cardiocircolatori possono essere di tipo centrale, prevalentemente a carico del cuore, o periferico, che invece coinvolge i grandi e piccoli vasi. Il più importante aggiustamento centrale riguarda la portata cardiaca massima, la quale dipende dalla gettata sistolica e dalla frequenza cardiaca. La portata cardiaca a riposo corrisponde a 5-6 litri sia nei “sedentari” (difficili da trovare tra i bambini) che negli allenati, come risultante del prodotto tra la gettata sistolica e la frequenza cardiaca. Dal momento che la gettata sistolica è ridotta nel periodo prepuberale, la gettata cardiaca massima è compensata dalla maggiore frequenza cardiaca massima che può raggiungere 205-210 battiti per minuto. Gli aggiustamenti cardiocircolatori periferici da sforzo, riguardano principalmente il flusso distrettuale muscolare che a riposo rappresenta circa il 15% di quello globale mentre sotto sforzo può arrivare fino all’80%. In queste condizioni, in tutto l’organismo avviene una ridistribuzione ematica, per cui alcuni apparati risultano più o meno penalizzati sotto sforzo. Ad esempio il cuore o il cervello non subiscono modificazioni dovendo provvedere al mantenimento delle funzioni vitali di base, mentre altri visceri come il rene o l’intestino, subiscono un risparmio ematico a favore degli apparati che ne hanno più bisogno, compresa la pelle che sotto sforzo ha il compito di dissipare il calore prodotto durante lo sforzo.

Esistono notevoli differenze tra gli aggiustamenti cardiocircolatori nel bambino e nell’adulto. Innanzitutto nel primo la gettata cardiaca è inferiore rispetto al secondo, in quanto durante la pubertà la maggiore FC massima non riesce a compensare la ridotta gettata sistolica. Tale condizione, associata alla ridotta concentrazione di emoglobina e all’aumentata differenza artero-venosa di ossigeno, determina nel bambino una potenza aerobica inferiore rispetto all’adulto. Dall’età di 6 anni, la curva della massima potenza aerobica indicizzata per il peso corporeo cresce esponenzialmente fino a 18 anni nei maschi. Nelle bambine, invece, intorno ai 10 anni c’è un arresto di tale progressivo incremento poiché tra i 10 e i 14 anni, in corrispondenza della pubertà aumenta la quota di massa grassa che è funzionalmente inattiva (1).

Per quanto riguarda gli adattamenti cardiocircolatori, anch’essi possono essere distinti in centrali e periferici. Fino a 30 anni fa, la scuola tedesca ipotizzava che nell’età evolutiva l’allenamento non avesse un’incidenza favorevole sui processi adattativi cardiocircolatori poiché mancando il testosterone, si riteneva che il cuore non potesse ipertrofizzarsi adeguatamente in conseguenza dell’allenamento sistematico (2) e che i grandi vasi non fossero in grado di accogliere tutto il sangue pompato durante lo sforzo (3). Addirittura qualcuno ipotizzava che l’attività fisica potesse essere controproducente, poiché deviando le energie deputate alla crescita in favore degli adattamenti da esercizio fisico, avrebbe potuto provocare effetti dannosi. Tali teorie sono state smentite negli anni da numerose evidenze che hanno dimostrato esattamente il contrario. Uno studio trasversale e longitudinale condotto diversi anni fa su nuotatori di età compresa tra 8 e 11 anni, ha mostrato che l’allenamento sistematico provoca già a questa età un aumento degli spessori cardiaci notevolmente superiore ai coetanei sedentari (4). Anche in uno studio da noi iniziato molti anni fa su un gruppo di ragazzini praticanti calcio dall’età di 9 anni che abbiamo seguito longitudinalmente fino ai 18 anni con un controllo ecocardiografico annuale, abbiamo osservato sia un incremento di tutti i parametri antropometrici, che degli spessori parietali cardiaci e delle dimensioni cavitarie e vasali. Confrontadoli con coetanei sedentari abbiamo inoltre visto che fin dalla prepubertà, l’allenamento può indurre modificazioni importanti come la bradicardia e l’incremento della massa ventricolare sinistra e del volume cardiaco totale. Peraltro questi ultimi importanti parametri ecocardiografici sono risultati praticamente raddoppiati dall’inizio alla fine della pubertà con un incremento maggiormente significativo proprio in corrispondenza dello scatto di crescita (5). Nello studio di tali meccanismi, non va tuttavia trascurata l’importanza svolta dai fattori genetici.

Durante l’età evolutiva, diverse problematiche cliniche più o meno importanti, sono in grado di condizionare la scelta di uno sport. Tra queste, le più diffuse sono i soffi cardiaci ed il dolore toracico. Tali soffi, sempre e soltanto sistolici, possono essere distinti in innocenti, fisiologici ed organici e sono presenti nell’80% dei bambini. I primi non sono espressione di alterazioni strutturali cardiache e dipendono dalle turbolenze provocate dall’alta velocità del sangue all’interno delle cavità cardiache oltreché da una aumentata contrattilità cardiaca. I soffi organici dipendono invece da alterazioni valvolari o comunicazioni anomale, e hanno caratteristiche diverse da quelli innocenti. Il dolore toracico, spesso causa di allarmismi, riconosce invece molteplici cause. Esso di solito di tipo trafittivo, può essere di entità variabile, colpisce tutte le età ed è più frequente nel sesso femminile. Le principali cause cardiache sono principalmente il prolasso della valvola mitrale o la stenosi dell’arteria polmonare, mentre tra quelle respiratorie la più importante è l’asma bronchiale. Possono esservi anche cause osteoarticolari riguardanti l’articolazione sterno costale o cause varie come la gastrite o il reflusso gastro-esofageo oppure uno stato ansioso.

Un problema clinico senza dubbio più importante è rappresentato dalle aritmie. Tra esse distinguiamo le tachiaritmie, costituite da extrasistoli in forma semplice o complessa, e le bradiaritmie che invece determinano un rallentamento anomalo della frequenza cardiaca che in certi casi può arrivare a valori estremi con conseguenze sincopali. Le aritmie possono essere compatibili con l’attività sportiva purché siano ben inquadrate e riconosciute come non pericolose.

Un atteggiamento più cauto nei confronti dello sport deve essere condotto in presenza di alcune importanti malattie sociali come l’asma bronchiale, l’epilessia, e il diabete giovanile. Nessuna di queste problematiche è in conflitto assoluto con la prosecuzione di un’attività fisica. Per quanto riguarda l’asma bronchiale, alcuni sport come il nuoto possono risultare addirittura terapeutici, mentre altri come la corsa sono ad alto grado di asmogenicità perché spesso condotti in ambienti ricchi di allergeni. In questi casi affinché il bambino possa praticare sport in regime di assoluta sicurezza, può essere necessaria una premedicazione con alcuni farmaci come il sodio cromoglicato. L’epilessia invece, rappresenta un fenomeno clinico da indagare a fondo, dal momento che I tipi conosciuti sono oltre 40. Il compito dello specialista è quello di verificare il reale compenso clinico dopo l’effettuazione degli esami strumentali specifici ed eventualmente contribuire ad esso con una terapia idonea. Gli sport che possono essere praticati, infatti, dipendono dal tipo di epilessia. La presenza di crisi ed il tipo di crisi (convulsioni o semplici assenze) indotte dallo sforzo possono essere importanti. In questi soggetti alcuni sport come quelli che possono rappresentare un pericolo per sé o per gli altri quali gli sport subacquei o gli sport motoristici, il ciclismo etc., andrebbero vietati in assoluto, altri come la corsa o molti sport a basso impegno metabolico possono invece essere compatibili con l’epilessia. Il diabete mellito è un’altra patologia che in caso di compenso clinico attraverso la dieta e la terapia, può consentire al giovane atleta di praticare attività fisica. In costoro, la preferenza andrebbe riservata a sport di ciclici di resistenza (corsa di fondo) sotto allenamento controllato. Gli scatti o gli sforzi bruschi infatti possono determinare sull’organismo delle piccole tempeste metaboliche in grado di alterare facilmente il compenso clinico. A questi soggetti, andrebbe sempre raccomandato di non effettuare digiuni prolungati consigliando loro di mangiare almeno ogni ora e di tenere in tasca dei cibi zuccherini per eventuali necessità.

In conclusione, la pratica sportiva fin dall’età infantile è assolutamente utile perché da un lato riveste un’importante azione socializzante, dall’altro favorisce lo sviluppo della coordinazione e delle abilità motorie. Inoltre fin dall’età prepuberale, alcuni importanti apparati come quello cardiocircolatorio sono in grado di rispondere positivamente all’allenamento sistematico contribuendo a migliorare il rendimento dell’organismo in crescita. In linea di massima tutti gli sport vanno bene anche se quelli di squadra nei più piccoli andrebbero preferiti per le componenti di disciplina e socializzazione insite in loro. Anche gli sport individuali, tuttavia, non vanno demonizzati purché non vengano esasperati gli aspetti della concentrazione e della ricerca spasmodica del risultato a tutti i costi.


BIBLIOGRAFIA

1 CERRETELLI P. Manuale di fisiologia dello sport e del lavoro muscolare. Società Editrice Universo, Roma 1985.

2 SCHMUCKER B, HOLMANN W. Zur frage der trainierbarkeit von herz und kreislauf bei kindern bis zum 10. Lebensjahr. Sportarzt Sportmed 1973; 10:231.

3 HOLMANN W. Der Arbeits und Trainingseinfluss auf Kreislauf und Atmung. Darmstadt, Steinkopff Verlag ed. 1959.

4 ALLEN HD, GOLDBERG SJ, SAHN DJ et al. A quantitative echocardiographic study of champion childhood swimmers. Circulation 1977; 55:142.

5 ZEPPILLI P. Cardiologia dello Sport. CESI Ed. 1995, Cap. 22.


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