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5º CONVEGNO PEDIATRICO (2000)
I figli delle famiglie diverse
Silvana Quadrino
Istituto di Counselling Sistemico, Torino
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Prima di affrontare il problema dellinterculturalità dovremmo chiederci perché linterculturalità è un problema. Perché, soprattutto, lo è per il pediatra (e allo stesso modo, nellesperienza che sto facendo in questi anni, per gli insegnanti, per gli educatori).
Ovviamente non voglio prendere in esame gli aspetti ideologici della questione: il fatto che esistano persone più o meno consapevolmente intolleranti rispetto alla diversità, che esistano pregiudizi anche in persone insospettabili, anche in noi stessi a volte, è un fatto su cui è certo importante riflettere, ma non in questa sede. Soltanto, teniamone conto: sullo sfondo
Quello che mi preme invece sottolineare è che quando si ha a che fare con aspetti della vita così profondamente connotati dalle abitudini, dalle tradizioni, dalla cultura appunto (la nascita, lallevamento del bambino, la nutrizione, la cura, la malattia, la morte
la sessualità) la diversità diventa non solo un fatto - osservabile, descrivibile, confrontabile - ma unemozione. Credo che senza andare ancora ad affrontare quelle diversità di cultura con cui oggi, in una società sempre più multietnica, ci dobbiamo confrontare, sia sufficiente, per sentire su di noi questo tipo di emozioni, riflettere sulle difficoltà di comprensione, sui conflitti, sulle accuse che caratterizzano il rapporto fra madre e figlia, fra suocera e nuora quando si tratta di allevamento del bambino
E qui la diversità è solo di pochi anni, di una generazione: non di tradizioni, non di concezione della vita, non di immagine del mondo.
Da anni ripetiamo che il ruolo del pediatra è estremamente stimolante, ricco, vivo e carico di potenzialità
e contemporaneamente, anzi proprio per questo, estremamente difficile. E un ruolo che si colloca dentro e fuori il sistema familiare, un ruolo che ha connotazioni educative oltre che di cura ma che non consente di imporre né la cura né leducazione o linformazione.
Vorrei utilizzare una situazione come esempio di questa difficoltà, in modo da poter poi individuare alcuni degli elementi che possono aiutare a intervenire in modo più utile.
Si tratta di un conflitto nato fra un pediatra e una giovane madre albanese riguardo al periodo per le vaccinazioni del bambino. Il medico sa di avere ragione, perché sta fornendo alla madre le indicazioni standard che vengono utilizzate nel primo anno di vita. Ma la signora insiste sostenendo che il bambino deve essere vaccinato molto prima, e non intende ragioni.
Nella logica dei conflitti, una situazione come questa non ha uscite: se ci sono due attori e due verità, o uno dei due viene costretto a soccombere (cioè ad accettare senza crederci la verità dellaltro) o la situazione si blocca; più facilmente, uno dei due trova unuscita furba per mettere fuori gioco laltro (tipicamente, un pediatra disposto a fare la vaccinazione quando vuole la mamma).
Nella logica della comunicazione, invece, il professionista in questi casi fa un passo di lato: invece di insistere nella propria verità, cerca di capire su cosa poggia la verità dellaltro.
In questo caso, la verità della signora era semplicemente
il servizio sanitario albanese, che ha un diverso calendario di vaccinazioni. Semplice, no? Eppure, la sola possibilità di riprendere la relazione era proprio legata all'uscita da una situazione io le dico che
, sostituita da un più contrattabile da noi si fa così
Allora, perché la relazione di cura con persone di altre culture è un problema? Perché dobbiamo confrontarci con abitudini che sono giuste e vere per chi le ha sempre praticate, ma che non sono utilizzabili, accettabili, trasferibili nella nostra società, nella nostra morale, nella nostra legislazione.
E non possiamo limitarci a tentare di imporle: non funziona.
Io penso che il pediatra, come linsegnante, proprio perché lavora in quellarea di confine che è la crescita e leducazione di un bambino, ha maggiori possibilità di rendere possibili adattamenti, cambiamenti, mediazioni culturali. Purchè per mediazione non si intenda colonizzazione . Il punto di partenza è sempre la conoscenza. E necessario chiedersi sempre cosa sappiamo delle abitudini di una madre asiatica, romena, magrebina, senegalese: non solo cosa sa lei del nostro modo di intendere la cura e lalimentazione del bambino.
Un altro esempio, che mi piace citare, è quello di una madre peruviana che continuava a lamentarsi con il pediatra perché il suo bambino era troppo nervoso. Si trattava di un bambino border line, per il quale la scuola continuava a richiedere un intervento del neuropsichiatra infantile, che la madre rifiutava. Ma al pediatra diceva che il bambino era nervoso ; solo, non voleva un altro dottore. Il pediatra si è fatto aiutare da una mediatrice culturale, che gli ha parlato di una tradizione locale, chiamata passare le uova: quando una persona ha problemi di nervi, va da una guaritrice che usa una tecnica di massaggio dolce fatta passando con estrema delicatezza un uovo fresco su tutto il corpo. Queste non sono informazioni da prendere con il gusto del folkloristico, o peggio ancora come esempio di quanto sono selvaggi i non europei: questa è uninformazione fondamentale su cosa è noto, cosa è accettabile, cosa è comprensibile in una data cultura. Il pediatra ha riaffrontato il problema visita neuropsichiatrica parlando di passare le uova: il bambino aveva bisogno di qualcosa del genere, che però da noi si fa parlando, facendo parlare il bambino con un dottore particolare. La signora ha capito: il problema non era che non voleva, era che non capiva: non poteva capire, le mancava un punto di contatto.
Insisto ancora sulluso della formula da noi: nella comunicazione con persone di cultura e abitudini diverse è fondamentale non minimizzare le differenze, ma segnalarle con chiarezza. Una delle difficoltà che persone di altre culture segnalano, quando parlano dei loro problemi di inserimento, è proprio quella di capire con chiarezza la nostre abitudini, le nostre regole . Spesso noi diamo per scontato che siano evidenti, ma non è così. Una ragazza albanese ci ha raccontato di essere stata convinta per anni che le persone che via via conosceva in Italia la considerassero per qualche motivo antipatica, perché le capitava spesso di essere invitata a prendere un caffè a casa di qualcuno: nella sua cultura, non esiste un invito che non comprenda il pranzo. Lofferta di un caffè, amichevole e incoraggiante per chi la faceva, era per lei unoffesa incomprensibile a cui reagiva con imbarazzo
bloccando la relazione.
Allora, per concludere, i due strumenti fondamentali del counselling, lascolto e lesplicitazione, diventano anche nel caso della comunicazione fra culture diverse i due punti essenziali. Consentire e facilitare allaltro la descrizione delle sue abitudini, delle sue convinzioni, delle sue modalità abituali di comportamento in una determinata situazione, ascoltarle davvero (senza disprezzo, senza atteggiamenti di superiorità, senza snobismo da scienziati occidentali bianchi
) ed esplicitare quelle che qui sono le regole, le modalità, le abitudini. Solo a partire di qui diventa possibile quel lavoro di mediazione che è il solo strumento per una efficace educazione sanitaria e per un rapporto di cura in grado di funzionare. |
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