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9º CONVEGNO PEDIATRICO (2004)

IL BAMBINO IMMIGRATO

Luisa Galli
Clinica Pediatrica IV- Malattie Infettive
Dipartimento di Pediatria – Università di Firenze
Ospedale Pediatrico Anna Meyer, Firenze

Luciana Biancalani
Pediatra di Famiglia - Prato


INTRODUZIONE

Si definisce bambino immigrato “ogni soggetto in età pediatrica la cui presenza nel nostro paese sia, a qualsiasi titolo, in relazione con un movimento migratorio”. Rientrano in tale definizione, pertanto, almeno sei categorie di minori: bambini nati nei paesi in via di sviluppo ed immigrati con la famiglia, bambini nati in Italia figli di immigrati, bambini figli di nomadi e bambini figli di profughi o rifugiati politici, bambini giunti in Italia con le adozioni internazionali. Circa il 20% sono bambini nati all’estero, mentre l’80% risulta nato in Italia da genitori immigrati, dato probabilmente destinato ad aumentare in futuro.
Recentemente, i dati evidenziano una maggiore integrazione della popolazione immigrata ed un più facile accesso alle strutture sanitarie, anche a livello territoriale, con un importante aumento del ricorso a forme assistenziali diverse, come le visite ambulatoriali e i day hospital, che permettono una più appropriata valutazione della condizione di salute nel lungo periodo, rispetto ai ricoveri, spesso inappropriati.


APPROCCIO DEL PEDIATRA AL BAMBINO IMMIGRATO

Molti sono ancora i problemi avvertiti dal personale sanitario nell’incontro con i soggetti immigrati, in gran parte correlati con le condizioni di vita spesso disagiate e le differenze socio-culturali e religiose : le difficoltà linguistiche, il frequente ricorso alla medicina tradizionale, la mancanza di documentazione clinica e vaccinale, la mancata percezione di alcune patologie croniche o ricorrenti. E’ quindi importante da parte del pediatra una conoscenza della situazione esistente nei paesi più comunemente fonte di immigrazione, al fine di comprendere i problemi che più
frequentemente ricorrono ed inquadrare nel modo più corretto le informazioni cliniche fornite dai genitori.

Il ruolo del pediatra di famiglia, insieme agli altri operatori sanitari del Dipartimento materno infantile, è fondamentale per la presa in carico del bambino immigrato. Il pediatra di famiglia deve avere lo stesso approccio e lo stesso comportamento che utilizza con il bambino italiano. Però è necessario considerare alcuni aspetti particolari dell’assistenza al bambino straniero. È fondamentale il rispetto della differente identità culturale e non è giusto pretendere l’integrazione con la nostra cultura e le nostre abitudini in campo sanitario, alimentare e di gestione della crescita del bambino. È importante garantire il rispetto delle tradizioni sociali, culturali e religiose delle diverse etnie. È opportuno anche non lasciarsi condizionare dalle diverse aspettative rispetto al figlio sia esso adottato, figlio di nomadi o di genitori con permesso di soggiorno; sia nato in Italia che immigrato. Dobbiamo cercare di mettere in discussione le nostre certezze professionali, nel rispetto delle conoscenze scientifiche e renderle più consone alle tradizioni e alle abitudini dell’immigrato; naturalmente ottenendo gli stessi risultati per la salute del bambino. Pertanto il pediatra di famiglia dovrebbe avere un atteggiamento nei confronti del paziente immigrato di disponibilità, di flessibilità e di dialogo costruttivo per concordare con i genitori le soluzioni migliori per la salute del bambino nel rispetto della diversità. Questo si realizza attraverso la negoziazione fra i propri modelli di salute e quelli dei genitori immigrati, condividendo un progetto di alleanza terapeutica e comportamentale. Permettendo anche l’utilizzo delle medicine tradizionali (riti ecc…) insieme alla medicina occidentale se queste non sono dannose per la salute del bambino. Il pediatra di famiglia deve inoltre tener conto di alcuni punti deboli che il bambino extracomunitario e i suoi genitori possono avere nell’adeguarsi al complesso sistema sanitario del nostro paese. Deve utilizzare una comunicazione semplice e chiara accertandosi sempre che il genitore abbia compreso, anche attraverso semplici domande che esigano risposte precise. In caso di difficoltà linguistiche o casi complessi può avvalersi dell’aiuto del mediatore culturale. E’ importante anche considerare il livello di integrazione sociale e di accettazione della nostra realtà da parte della famiglia del paziente. Il pediatra di famiglia deve difendere il bambino adottato dalla iperprotezione e dalla ricerca di difetti dei nuovi genitori e il bambino immigrato o nato in Italia da genitori immigrati dalla sottostima di alcune patologie.

Per quanto riguarda l’analisi delle patologie più frequenti nel bambino immigrato, tuttora persistono diffusi pregiudizi sugli immigrati quali portatori di malattie contagiose e pericolose per la comunità. Tali pregiudizi non trovano sostanziale riscontro nelle patologie rilevate nelle cause di ricovero.

Nella Clinica Pediatrica IV- Malattie Infettive, dell’Ospedale Pediatrico Anna Meyer, di Firenze, nel periodo tra 1 gennaio 1999 ed il 15 giugno 2004, il 20% dei bambini ricoverati era immigrato. Tra i principali motivi di ricovero si rilevano i disturbi gastrointestinali, le forme respiratorie e le malattie esantematiche, patologie comuni anche nella popolazione pediatrica italiana, che talvolta assumono caratteristiche di particolare gravità a causa di condizioni di vita disagiate. Si rilevano peraltro alcune malattie infettive contratte nel paese di origine, come parassitosi, leishmaniosi e malaria, rare nel nostro paese, ma che è importante sospettare in base ai paesi di provenienza e alla sintomatologia dei minori immigrati, ed infine, in misura sempre crescente, patologie, come la tubercolosi e le epatiti, in parte correlate alla provenienza da aree ad alta incidenza di malattia, in parte però causate dalle precarie condizioni di vita nel nostro paese.

In particolare, la tubercolosi, che è tuttora endemica in molti paesi di provenienza dei bambini immigrati, costituisce un bagaglio culturale più teorico che clinico-pratico della maggior parte dei pediatri operanti sul territorio o in ambito ospedaliero, a causa della pressochè scomparsa di tale malattia in età pediatrica, negli ultimi decenni. È quindi d’obbligo un aggiornamento su tale argomento, anche alla luce delle attuali metodologie di diagnosi sia microbiologica (amplificazione genica, antibiogrammi per la valutazione di micobatteri isionazide-resistenti) che radiologica (TC). In ambito pediatrico, è poi importante l’interpretazione del test cutaneo nei bambini vaccinati con il bacillo di Calmette-Guerain (BCG). Infatti, una larga parte dei paesi con alta incidenza di tubercolosi prevede la vaccinazione con BCG nel primo anno di vita e l’eventuale richiamo all’ingresso nella scuola primaria. La vaccinazione con BCG ha mostrato una efficacia protettiva elevata (circa l’80%) verso la tubercolosi miliare e l’interessamento del SNC in età pediatrica, ma non previene l’infezione con Mycobacterium tubercolosis. Pertanto è importante considerare sempre la possibilità di un contagio anche quando il soggetto risulta vaccinato.

Mentre la tubercolosi può interessare anche bambini nati in Italia da genitori immigrati, le parassitosi si riscontrano, per lo più, in bambini di recente immigrazione o nei bambini adottati all’estero. Le forme riscontrate più frequentemente nel nostro paese sono le infestazioni da Giardia lamblia, da Strongiloides stercoralis, le amebiasi e le infestazioni da vermi (Taenia solium, Taenia saginata e Hymenolepis nana). Devono inoltre essere considerate altre forme di parassitosi molto comuni a livello mondiale come le ascaridiasi, che rappresentano la patologia elmintica più diffusa.

Oltre alle malattie infettive vi sono altre condizioni patologiche frequenti nei minori stranieri: stati carenziali, traumatismi, emoglobinopatie, alterazioni endocrinologiche ed un maggior rischio neonatale, per gli scarsi controlli durante la gravidanza. Più comunemente nei bambini adottati possono inoltre comparire una serie di manifestazioni legate alle difficoltà di adattamento come turbe emozionali e comportamentali.


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