11º CONVEGNO PEDIATRICO (2006)
LE CELLULE STAMINALI:
UNA RISORSA NELLA PATOLOGIA PEDIATRICA?
E. Boncinelli
Milano
Dal Corriere della Sera 31 maggio 2006
Nessuno può sapere che piega prenderanno gli avvenimenti futuri, soprattutto se si tratta di ricerca scientifica, e biomedica in particolare. Se c è una cosa imprevedibile e «aperta» verso il futuro, questa è la ricerca, direi quasi per definizione. Per questo motivo sono contrario a ogni pregiudiziale, a ogni «paletto» messo a confine, anche in maniera temporanea. In questo campo i paletti sono sempre destinati a saltare, magari con grande sconquasso. È meglio quindi procedere a ragion veduta analizzando caso per caso, piuttosto che fare affermazioni di carattere generale, soprattutto se la pregiudiziale riguarda anche altri Paesi. So bene che questa non è la logica italiana, tesa a normare sempre tutto una volta per tutte e a cercare di prevedere ogni possibile scenario. La visione opposta che noi chiamiamo con una sfumatura di disprezzo pragmatica prelude invece lanalisi puntuale e adattata a ogni specifica situazione.
Tutto questo si applica molto bene allargomento della ricerca delle cellule staminali embrionali, di cui conosciamo il significato etico e sociale e le profonde connotazioni emozionali. Noi non sappiamo bene quanto di concreto si potrà fare con queste cellule, ne tantomeno quando, ma proprio per questo non conviene chiudersi strade che possono portare anche molto lontano. Se da una parte ci sono pochi dubbi che le cellule in questione, opportunamente coltivate e trattate, possono aprire orizzonti impensabili per la produzione di tessuti e parti di organo per i trapianti, è anche vero che sarebbe irresponsabile partire a spada tratta in avventurose sperimentazioni direttamente sui pazienti. È necessario quindi un lungo periodo di ricerca e di messa a punto delle tecniche e delle condizioni della sperimentazione.
Questa fase potrà richiedere cinque anni, ne potrà richiedere quindici; è anche possibile che in questo periodo di tempo si rendano disponibili strategie alternative che niente hanno in comune con quello che pensiamo oggi. Tutto è possibile.
Lasciamo quindi la porta aperta e vigiliamo sulle procedure effettive, non su quelle presunte. Anche coloro che sono portatori di unetica che impone il massimo rispetto per la vita saranno daccordo sul fatto che si deve vigilare che alcune cose non si facciano, non che non si pensino neppure. E nella pratica che si misurano i principi, non nella teoria. Nel caso specifico mi sembra che la presa di posizione contenuta nella dichiarazione etica avanzata dai sei Paesi in sede europea mirasse addirittura a un divieto pregiudiziale di prendere in considerazione la possibilità di avviare certe procedure. I divieti a priori non esprimono secondo me una grande razionalità, anche se per qualcuno suonano terribilmente rassicuranti. Lesperienza dimostra però che non sono mai stati in grado di proteggerci dai veri pericoli. Anzi!
Colloquio con Edoardo Boncinelli 5 luglio 2006
QUEL CHE RESTA DI DOLLY
A dieci anni dalla nascita del primo animale clonato da un esemplare adulto.
Bilanci e prospettive
Edimburgo, 5 luglio 1996. Nasce Dolly. E «solo» una pecora. Ma destinata a entrare nella storia della scienza, e non solo. Non è, come tutti sanno, una pecora normale, ma il primo animale clonato a partire dal nucleo di una cellula somatica adulta. Il primo animale , cioè, «fotocopia» di un altro già belle cresciuto. A Dolly ha fatto seguito un piccolo «zoo» di animali clonati (conigli, maiali, cavalli, scimmie, mucche, fino al cane Snuppy), ma anche una serie di discussioni di natura etica, ma anche scientifica e metodologica, e, infine, più di una polemica nata da sospetti e mezze «verità», talvolta dette e talvolta taciute da alcuni dei protagonisti più in vista dellepopea della clonazione, in primis, Ian Wilnut, il padre di Dolly e il corano Chang «creatore» di Snuppy.
Ma se gettiamo lo sguardo oltre questi ostacoli e queste discussioni, che significato ha oggi il decimo anniversario della nascita di Dolly? Qual è il bilancio concreto dieci anni dopo la sua «creazione»? E quali prospettive questo evento è ancora in grado di tracciare per il nostro futuro?
«La nascita di Dolly è stato indubbiamente un grandissimo avvenimento per la biologia in generale, e per le sue applicazioni in particolare» dice Edoardo Boncinelli, professore di genetica alluniversità Vita e Salute, di Milano. «Ha aperto un orizzonte nuovo, francamente insperato, che non sappiamo ancora quando darà i suoi frutti ».
Bilancio positivo o negativo, dieci anni dopo?
«Non credo che si dovrebbe porre la questione in questi termini. Le prospettive dieci anni fa erano più rosee. Oggi dobbiamo concludere che è successo abbastanza poco. Ma le grandi scoperte di solito danno i loro risultati 30 anni dopo»
Quali sono i risultati ottenuti finora?
«Sono risultati soprattutto teorici, perchè, appunto, di pratico è successo molto poco. Per esempio attribuire i successi nella produzione di tessuti come la pelle o la cornea a Dolly sarebbe sbagliato, perchè questi risultati sono il frutto di sperimentazioni e lavori già avviati in precedenza. Però ora sono in corso circa 150 sperimenti che possiamo dire essere figli di Dolly nel mondo».
Che tipo di esperimenti?
«Soprattutto tentativi di mettere a punto tecniche per la produzione di tessuti in laboratorio»
Cè un nesso diretto tra Dolly e la ricerca sulle staminali di cui oggi tanto si parla?
«Certamente. Tutto quello che si fa oggi con le cellule staminali, in qualche misura è stato reso possibile dagli esperimenti sulla clonazione».
Quali sono le prospettive che restano aperte?
«Sono soprattutto quelle legate a ciò che ora si fa con le staminali: produzione di tessuti, parti di organo e forse anche organi interi per sostituirli a quelli malati o mancanti».
Si riferisce in particolare alla cura di malattie degenerative come il morbo di
Alzheimer o a quello di Parkinson?
«No. Più che a queste malattie penso a quelle per la quali si attuano i trapianti oggi. Penso alla possibilità di creare tessuti e organi perfettamente compatibili senza bisogno di prelevarli da un donatore, partendo da cellule staminali fatte crescere e differenziare in laboratorio con laggiunta di sostanze adatte».
Quando sarà possibile ottenere questi risultati?
«Non credo prima di 15-20 anni»
Vede anche qualche pericolo nello sviluppo di queste tecniche?
«I rischi sono soprattutto di natura socio-economica, legati alla possibilità di accesso alle nuove cure in base al censo, almeno allinizio. Ma più che un rischio è un limite, come quello che possiamo osservare oggi nellaccesso a cure costose».
Nessun timore sulla possibilità di clonazione umana?
«Continuo chiedermi a chi mai potrebbe convenire...»
Dal Corriere della Sera ottobre 2006
Un organo completo è stato ottenuto partendo da una singola cellula, una cellula staminale ovviamente. Questa è una notizia attesa da tempo dai ricercatori del campo, perché qualcosa di simile era già stato ottenuto in un ranocchio.
Quasi nessuno lo sa, perché questi esperimenti furono condotto in Giappone proprio nel periodo della clonazione della pecora Dolly e nel clamore suscitato dalla notizia maggiore quelle minori -anche se non proprio minori passano inosservate. Un ranocchio però non è un mammifero,anche se gli esperimenti negli anfibi hanno sempre preceduto e preannunciato analoghi successi nei mammiferi, a partire proprio dalla clonazione: ora ben due lavori annunziano la formazione di una ghiandola mammaria completa a partire da una cellula staminale mammaria. In un topo e direttamente in vivo.
Che cosa vuol dire? E che cosa è cambiato?Intanto siamo diventati molto più bravi a coltivare le cellule e a individuarne le sottopopolazioni interessanti, come ad esempio le staminali di questo o quel tessuto o addirittura organo. In secondo luogo abbiamo imparato qualcosa in più sulle sostanze da somministrare alle cellule staminali per indirizzarle nella direzione desiderata: verso muscolo, osso, nervo o pelle, secondo le necessità. Non ne conosciamo ancora abbastanza di queste sostanze, ma la lista si allunga.
La ghiandola mammaria non è la struttura biologica più complessa, ma presenta sempre la sua bella complessità, poiché è costituita di parti diverse aventi funzioni diverse, come i canalicoli per il passaggio del latte e le strutture muscolari per pomparlo fuori. Tra laltro, anche se alla lontana, la sua complessità ricorda quella di un rene, un organo composto di parti diverse con funzioni e specializzazioni piuttosto diverse. Individuando le cellule staminali di volta in volta più adatte e i trattamenti più appropriati si arriverà a costruire o a ricostruire quasi qualsiasi organo.
Non in un giorno- la ghiandola del presente esperimento ha richiesto sei settimane per essere completata- ma chissà se anche su questo si potrà in futuro intervenire.
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